4 maggio 2026
Piano Casa del Governo: una risposta inadeguata

Piano Casa del Governo: una risposta inadeguata, non strutturale, che favorisce rendite speculative ed emargina l’edilizia pubblica
Di Nicola Zambetti, Segretario Nazionale SUNIA – Responsabile Edilizia Pubblica Dopo sedici mesi di annunci, il Governo presenta il Piano Casa nazionale.
Una proposta che, nei contenuti e nell’impostazione, si rivela inadeguata rispetto alla profondità del disagio abitativo e priva di una visione strutturale capace di incidere realmente sul sistema. I dati sono noti e non più rinviabili: oltre 600 mila famiglie in attesa di un alloggio di edilizia pubblica, canoni di locazione sempre più insostenibili rispetto ai salari, un ceto medio che non riesce ad accedere né alla casa popolare né al mercato privato. È una condizione che riguarda ormai una fascia sociale ampia e strutturale, non più riconducibile a una dimensione emergenziale. Nonostante questo, il Governo sceglie di intervenire senza alcun confronto con le parti sociali. La risposta proposta — la realizzazione di 100 mila alloggi in dieci anni — si basa sulla semplificazione delle procedure e su deroghe alla programmazione urbanistica comunale per favorire interventi privati destinati alla locazione calmierata, con possibilità di successivo acquisto da parte degli inquilini. Si tratta di una scelta che continua a inseguire la logica della proprietà, riproponendo un modello che ha già dimostrato i suoi limiti. Si continua a consumare suolo, senza affrontare il tema centrale dell’utilizzo del patrimonio esistente, a partire dalle migliaia di alloggi sfitti che potrebbero essere immediatamente immessi sul mercato. Allo stesso tempo, non si tiene conto della desertificazione demografica che sta interessando molti comuni e che richiederebbe politiche abitative integrate e territorialmente differenziate. Questa impostazione non risponde neppure alle esigenze della mobilità lavorativa e delle nuove generazioni. I giovani sono sempre più orientati verso la locazione sostenibile, ma si trovano di fronte a un sistema che continua a spingerli verso un indebitamento trentennale, vincolando le loro scelte di vita e aumentando il rischio di fragilità economica nel tempo, anche a seguito di cambiamenti personali e familiari.
Le dichiarazioni del Ministro Salvini, secondo cui con questo provvedimento “non si pagherà più a vuoto l’affitto”, richiamano una visione novecentesca, in cui il valore della persona è legato a ciò che possiede e non a ciò che è e a ciò che fa. Una visione che non tiene conto delle trasformazioni economiche e sociali in atto. I giovani chiedono altro: salari adeguati, canoni sostenibili, possibilità di compiere scelte non condizionate dall’accesso alla proprietà. È proprio l’eccessiva centralità della proprietà, alimentata da scelte politiche del passato, ad aver contribuito a generare distorsioni nel sistema economico e nel mercato abitativo. Inseguire la proprietà senza una cultura della manutenzione ha prodotto un patrimonio edilizio sempre più degradato. Oggi ci troviamo di fronte a immobili che necessitano interventi non solo di efficientamento energetico, ma anche strutturale, con evidenti ricadute sulla sicurezza delle città, esposte a rischi concreti legati al deterioramento degli edifici. Il Governo ha annunciato anche risorse per la ristrutturazione di 60 mila alloggi di edilizia pubblica sfitti. Si tratta di un intervento atteso e necessario, che riconosce finalmente una criticità denunciata da anni. Tuttavia, non è sufficiente: gli alloggi pubblici inutilizzati nel nostro Paese sono circa 100 mila e il loro stato di degrado continua ad aggravarsi. Serve un piano organico e continuativo di investimento, non interventi parziali. Va inoltre sottolineato che questo risultato è stato raggiunto anche grazie alla pressione esercitata dalle organizzazioni degli inquilini, che, pur in assenza di un confronto diretto, sono riuscite a far emergere la necessità di intervenire sulla manutenzione del patrimonio pubblico. Nel frattempo, con questi provvedimenti, passa in secondo piano il disegno di legge volto a liberare in tempi brevi gli alloggi pubblici e privati. Si crea così una evidente contraddizione: mentre gli interventi di recupero e costruzione richiedono tempi lunghi — da uno a tre anni — gli sfratti vengono eseguiti immediatamente. Si sfrattano famiglie per finita locazione, spesso per consentire alla proprietà di riconvertire gli immobili verso forme più redditizie, come gli affitti brevi. Si sfrattano nuclei familiari che non riescono più a sostenere canoni in aumento a fronte di redditi stagnanti. È giusto contrastare con fermezza l’occupazione abusiva degli alloggi pubblici, in particolare quando è legata a fenomeni di controllo del territorio e attività illecite. Ma è altrettanto necessario distinguere queste situazioni da quelle di famiglie che da decenni occupano alloggi pubblici, pagano servizi e canoni e si trovano in questa condizione a causa di inefficienze e ritardi della pubblica amministrazione. In questi casi, parlare semplicemente di “occupanti senza titolo” senza considerare le responsabilità gestionali significa non affrontare il problema nella sua complessità. Le norme per contrastare le occupazioni abusive esistono e devono essere applicate con efficacia, senza ritardi né atteggiamenti compiacenti. Ma a queste famiglie, così come ai Comuni — che rappresentano il primo livello istituzionale di riferimento — devono essere forniti strumenti adeguati. Oggi questi strumenti non ci sono. Non viene rifinanziato il contributo per il sostegno alla locazione. Non si interviene sul piano fiscale per rendere sostenibile il mercato degli affitti. Non si riforma il sistema delle locazioni private. Non si introduce una legge quadro di riforma dell’edilizia residenziale pubblica. Non si apre alcun confronto con i soggetti portatori di interessi. Al contrario, si continuano a destinare risorse a fondi e operatori privati, marginalizzando il ruolo degli enti pubblici, che dispongono invece delle competenze e degli strumenti necessari per realizzare e recuperare alloggi da destinare alla locazione stabile, a canone sociale rapportato ai redditi. Ancora una volta, sull’onda dell’emergenza, si interviene in deroga alla pianificazione urbanistica, si incentivano interventi privati orientati alla vendita a “prezzi accessibili” e si indebolisce il ruolo pubblico nelle politiche abitative. Le amministrazioni locali, che avrebbero bisogno di risorse per sostenere interventi sociali e garantire il diritto alla casa, vengono lasciate senza strumenti adeguati, mentre non si attivano politiche efficaci per favorire l’immissione sul mercato dello sfitto privato a lungo termine. Il Paese ha bisogno di una scelta diversa.
Serve un Piano nazionale per l’affitto pubblico, fondato sull’utilizzo e il recupero del patrimonio esistente, sulla valorizzazione delle aree demaniali dismesse e sulla realizzazione di nuovi alloggi da destinare alla locazione a lungo termine, a canoni sostenibili e rapportati ai redditi. Era questa la risposta che ci si aspettava dal Piano Casa del Governo. Non un intervento orientato alla rendita o a logiche di breve periodo, ma una politica abitativa capace di affrontare in modo strutturale una delle principali emergenze sociali del Paese.
